Punti chiave
- L'Iran è stato costretto a spostare in Messico la propria base di allenamento dopo il rifiuto del visto statunitense a 13 membri della delegazione.
- L'attaccante iracheno Aymen Hussein è stato trattenuto per quasi sette ore all'aeroporto O'Hare di Chicago.
- Il primo arbitro somalo ai Mondiali si è visto negare l'ingresso ed è stato rimandato indietro da Miami.
- Le squadre di Senegal e Uzbekistan hanno subito controlli rafforzati, comprese ispezioni con cani poliziotto.
Diverse nazionali e ufficiali di gara hanno subito rifiuti d’ingresso e controlli prolungati, mentre l’applicazione delle norme migratorie statunitensi complica la preparazione del torneo
A pochi giorni dal fischio d’inizio dei Mondiali FIFA 2026, l’11 giugno tra Stati Uniti, Canada e Messico, i problemi di visto e gli episodi alla frontiera sono diventati uno dei temi principali alla vigilia del torneo. Squadre e dirigenti di Iran, Iraq, Senegal e Uzbekistan hanno incontrato difficoltà a entrare negli Stati Uniti, dai rifiuti veri e propri del visto ai fermi prolungati negli aeroporti, come riportato dal Daily Sabah.
L’attrito nasce da una tensione di fondo: le priorità statunitensi sull’applicazione delle norme migratorie si scontrano con lo spirito di apertura di un torneo che per la prima volta è arrivato a 48 nazioni. La FIFA sostiene che i governi ospitanti hanno autorità sovrana su chi entra nei propri confini, ma questa posizione non è stata accolta bene dalle delegazioni coinvolte.
L’Iran ha spostato il ritiro oltre confine
La nazionale iraniana è quella colpita più duramente. Il commissario tecnico Amir Ghalenoei e i giocatori sono alla fine riusciti a entrare nel paese, ma a circa 13 tra membri dello staff e dirigenti è stata respinta la domanda di visto dopo lunghe verifiche.
Alla squadra non è rimasto altro che spostare l’intero ritiro pre-torneo dall’Arizona a Tijuana, in Messico. Il problema è che le partite del girone G dell’Iran contro Belgio, Egitto e Nuova Zelanda si giocano tutte in territorio statunitense: la squadra deve quindi attraversare il confine a ogni partita e poi tornare ad allenarsi in un altro paese. I dirigenti iraniani hanno definito la situazione politicamente motivata, mentre le autorità statunitensi hanno sostenuto che si trattava di controlli di routine.
Il ritorno dell’Iraq segnato dai fermi in aeroporto
L’Iraq gioca i Mondiali per la prima volta dal 1986, ma l’entusiasmo per il traguardo è stato smorzato da quanto accaduto all’aeroporto internazionale O’Hare di Chicago. L’attaccante Aymen Hussein è stato fermato all’arrivo e trattenuto per quasi sette ore mentre gli agenti ispezionavano il suo telefono e lo interrogavano. All’interno della delegazione irachena hanno raccontato che la vicenda ha scosso la squadra in un momento in cui l’attenzione avrebbe dovuto essere tutta sul campo.
Non è stato nemmeno un caso isolato. Il fotografo della squadra è stato trattenuto a parte per oltre 10 ore, per poi essere respinto e rimandato a casa con un volo.
Il primo arbitro somalo ai Mondiali respinto alla frontiera
Il caso individuale più clamoroso riguarda forse l’arbitro Omar Artan, che la FIFA aveva designato come ufficiale di gara per il torneo. Se fosse sceso in campo, sarebbe stato il primo arbitro somalo a dirigere una partita dei Mondiali. Artan era stato anche nominato arbitro dell’anno della CAF nel 2025.
Secondo Daily Sabah, è atterrato a Miami ma è stato fermato dalla US Customs and Border Protection, che ha citato problemi nei controlli. Ad Artan non è stato permesso di proseguire e, a quanto riferito, è stato imbarcato per la Turchia. La sua partecipazione al torneo è ormai conclusa. L’episodio ha aperto un dibattito più ampio su cosa succede quando i controlli di sicurezza nazionale prevalgono sulle designazioni arbitrali della FIFA.
Senegal e Uzbekistan sottoposti a controlli approfonditi
Sia il Senegal sia l’Uzbekistan hanno subito controlli molto invasivi all’arrivo negli Stati Uniti. I giocatori senegalesi sono stati controllati uno a uno in aeroporto, in una procedura che ha fatto discutere sui social. La delegazione uzbeka ha vissuto un’esperienza simile durante un ritiro pre-torneo a New York, dove sono stati impiegati cani poliziotto per ispezionare la squadra nell’ambito dei protocolli di sicurezza rafforzati.
Nessuno dei due paesi ha segnalato rifiuti di visto, ma le immagini e i racconti circolati online hanno sollevato dubbi sul fatto che queste procedure vengano applicate allo stesso modo a tutte le 48 nazioni partecipanti o solo ad alcune delegazioni.
Il quadro generale per il torneo
Questi casi si inseriscono in un dibattito più ampio su come la politica migratoria statunitense venga applicata agli eventi sportivi internazionali. Sulla carta esistono norme per accelerare l’ingresso di atleti e dirigenti, ma nella pratica l’esperienza è stata estremamente disomogenea a seconda della nazionalità.
La FIFA ha mantenuto una posizione defilata sulle questioni di visto, ma questo approccio ha attirato critiche crescenti. Diversi commentatori e dirigenti calcistici sostengono che l’organismo di governo abbia la responsabilità di insistere di più dietro le quinte, per garantire che ogni nazione partecipante possa entrare nel paese ospitante senza ostacoli.
Quella che era iniziata come una serie di complicazioni di viaggio isolate tocca ora questioni di fondo: un torneo a 48 squadre può funzionare in modo equo se alcune nazionali affrontano barriere d’ingresso molto più alte di altre?




